Andrea Crespi, uno tra gli artisti contemporanei emergenti più quotati al mondo, rende omaggio alla Firenze Rinascimentale attraverso una serie di opere che ruotano intorno ai capolavori di arte classica custoditi nei musei fiorentini, che reinventa utilizzando l’elemento della linea, sua personalissima cifra stilistica. Mediante un continuo lavoro di sperimentazione tecnologica e ricerca sui materiali, sembra rincorre un’estrema sintesi tramite la semplificazione, muovendosi all’interno di un concetto che lui stesso definisce di “neosintesi.”
La sua personale “Rinascimento invisibile“ si è tenuta a Firenze all’Hotel Savoy e, come ha spiegato in quell’occasione:” il mio obiettivo è rendere il classicismo un linguaggio vivo e attuale, reinterpretandolo attraverso strumenti tecnologici che ne ridefiniscono estetica e significato.”
Avevamo già notato e apprezzato il suo lavoro a Times Square – di cui parleremo più avanti – e recentemente a Firenze abbiamo avuto occasione di scoprire ancora più sfaccettature della sua espressione artistica. In generale, Andrea pensa e costruisce le sue opere e installazioni pubbliche intorno a diversi temi, tra cui: la decodificazione del presente; l’interazione del vissuto odierno con il passato; l’illusione ottica; la trasformazione della nostra società e i suoi continui cambiamenti culturali; la rivoluzione digitale; la comunicazione di un messaggio.
Benché questo giovane e talentuoso artista sia sicuramente proiettato verso una corrente di arte contemporanea altamente strutturata e complessa, durante il nostro incontro all’Hotel Savoy, la prima cosa che ci ha colpito, è stata la forte somiglianza dei tratti del suo volto con un autoritratto di Dante Gabriele Rossetti, pittore e poeta, tra i fondatori della Confraternita dei Preraffaelliti.
Dopo un bel po di confusione e questo tuffo all’indietro nell’età Vittoriana, in questo tempo sospeso tra passato e presente, abbiamo cercato di conoscerlo meglio, nei suoi tratti più affascinanti e al tempo stesso misteriosi. Qui di seguito la nostra intervista.
Quando hai capito che saresti diventato un artista?
Credo che tutti nasciamo artisti, come bambini, e che l’arte non sia una scelta, ma una necessità. Piuttosto che diventare artista, ho imparato a preservare quella parte di bambino che è in me, perché l’arte è per me una necessità di vita, non una passione o un lavoro.
Che tipo di artista sei, come ti definiresti?
Potrei definirmi l’artista degli opposti complementari, ispirato al concetto di Yin e Yang. La mia ricerca si muove sempre tra concetti che possono sembrare contraddittori, ma che in realtà sono profondamente connessi e imprescindibili nella loro unione: passato e futuro, artificiale e fisico, bianco e nero, visibile e non visibile, profondo e superficiale. Questi contrasti sono la base del mio linguaggio artistico e rappresentano il dialogo costante che cerco di creare attraverso le mie opere.
Come combini l’illusione ottica con il messaggio e con le parole?
Combinando l’illusione ottica con il messaggio e le parole, creo un gioco di caos apparente e confusione visiva, che agisce come filo conduttore. Questo sforzo di comprensione rende il messaggio più potente, poiché l’interazione con l’opera diventa più intensa. Mi piace utilizzare frasi semplici che esprimono verità condivise ma che non sempre vengono dette, perché la società spesso non vuole affrontare la verità.
Quanto è importante il contesto nel quale si colloca una tua opera?
Il contesto è fondamentale per il mio lavoro, poiché determina non solo come l’opera viene percepita, ma anche quale significato assume. Un’opera non esiste in isolamento; il suo impatto è strettamente legato all’ambiente in cui viene collocata, alla cultura del pubblico che la osserva, e persino al momento storico in cui viene presentata. Il contesto amplifica o modifica il messaggio, aggiungendo strati di significato che arricchiscono l’esperienza. Il contesto può essere considerato parte integrante dell’opera stessa.
Il tuo modo di vivere l’arte con i cinque sensi, fa parte della tua visione fisico-virtuale dell’arte?
Credo che l’arte debba essere vissuta e percepita con tutti e cinque i sensi. Sicuramente, lo sviluppo artistico che unisce il fisico al virtuale sta incoraggiando questo tipo di esperienze, offrendo nuovi strumenti sia agli artisti che al pubblico per vivere l’opera in modo più immersivo. La tecnologia permette di amplificare la sensorialità, creando connessioni più profonde e coinvolgenti con l’arte, trasformando l’esperienza in qualcosa di totale e multidimensionale.
Nella tua vita privata ci sono più elementi “virtuali” o “fisici”?
In questo momento della mia vita, non c’è un confine ben definito tra il mio lavoro e la mia vita privata. Sebbene il virtuale sia una parte fondamentale della mia realtà, la mia sfida è trovare un equilibrio tra il mondo digitale e quello fisico. È importante per me non perdere la connessione con il mondo fisico e le interazioni umane, perché, per quanto affascinato dal progresso digitale, voglio mantenere legami autentici con la realtà tangibile e il contatto umano.
Utilizzi chatGPT? Un messaggio ad una persona alla quale tieni molto, lo scriveresti con una penna su un foglio di carta o troveresti un altro modo?
Per un messaggio a una persona a cui tengo molto, dipende dal momento e dal tipo di messaggio. Non escludo di usare l’intelligenza artificiale per organizzare meglio i pensieri, ma il messaggio deve nascere da ciò che sento davvero. Anche a scapito della forma, per me è sempre l’autenticità a vincere.
Ci racconti la genesi, l’ispirazione e la progettazione dell’installazione di Times Square?
L’installazione a Times Square nasce proprio dalla volontà di creare un messaggio semplice, diretto e universale. Il desiderio di recuperare quella capacità di esprimersi con onestà e immediatezza, tipica dei bambini, che spesso si perde con il tempo. In un luogo iconico e caotico come Times Square, dove il sovraccarico visivo e mediatico domina, ho voluto creare uno spazio che invitasse alla riflessione, riportando il pubblico a una dimensione di semplicità. Il tema della guerra, così onnipresente e distruttivo, mi ha spinto a interrogarmi su come un bambino vedrebbe questa realtà. La risposta sarebbe tanto disarmante quanto potente: “La guerra è da stupidi.”

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